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non può venire in essere ciò che non è
 
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Below are the 20 most recent journal entries recorded in 61007's LiveJournal:

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Monday, May 20th, 2013
12:20 pm
Integerrimi, irreprensibili difensori della giustizia al soldo di un delinquente naturale
Alla sera, la domenica se non ricordo male, va in onda il programma le iene. Si tratta di un programma che fonde il cabaret, il gossip e il giornal(ett)ismo d’inchiesta.
Le cosiddette iene si guadagnano il pane lavorando per conto di un delinquente naturale (questo il giudizio del Tribunale di Milano riguardo al Signor B.). Dacché lavorano per conto di quel tale che si è visto attribuire un’etichetta d’antan, di lombrosiana memoria la loro autorevolezza diminuisce grandemente.
Le iene, con il loro abito che cade impeccabilmente, la cravatta e gli occhiali da sole passano per paladine della moralità e della giustizia. Documentano la pagliuzza negli occhi dei popolino che, nel modo meschino che gli è proprio, cerca di trarre profitto a scapito degli altri ricorrendo alla frode e alla truffa. Del trave che grava nell’occhio del loro padrone, però, non danno notizia.
Ricordo in particolare un servizio nel quale cercavano di riprendere moralmente un ragazzo che si faceva passare per Bulgari. Con l’inganno era riuscito a portarsi a letto numerose pollastrelle che in cambio di un gioiellino aprivano senza troppa fatica le cosce. E allora? Non si tratta mica di circonvenzione d’incapace, semmai di millanteria. Avrebbero dovuto riprendere anche le ragazze che con tanta facilità aprivano le cosce, non soltanto il sedicente Bulgari.
Saturday, February 23rd, 2013
7:09 pm
I ricchi non esistono. Chiedete a qualcuno che ha un milione di euro in banca, vi risponderà: "Io non sono ricco. Ricco è chi ha due milioni di euro". Chiedete a chi ha due milioni di euro, vi dirà che è ricco chi ne ha tre. Chi ne ha tre alzerà la soglia a quattro e via di seguito. L'uomo più ricco del mondo vi darà una risposta religiosa: ricco è chi ha la vita, chi ha una famiglia, un'ideale in cui credere.
I ricchi sono invisi ai poveri non perché siano cattivi. No, perché chiunque vorrebbe avere di più. A chi non fanno gola i soldi? Il povero odia il ricco perché lo invidia, perché vorrebbe lui possedere quelle ricchezze. È come trovarsi a tavola con quattro persone e quattro mele. Ci sono tre mele piccole e bacate e una grande e succosa. Il primo che si accaparrerà la mela sarà inviso ai tre. A nessuno dei quattro, a meno che uno di questi sia Gandhi, verrà in mente di spartire tutto in modo equo. Ognuno cercherà di far valere il proprio diritto ad avere la mela più grossa e succosa.
Friday, January 25th, 2013
2:37 pm
Francesco, il commentatore inopportuno.
Oggi mi ha raggiunto un ricordo. Ero a lezione a Palazzo Nuovo, ricordo persino l'aula: la 36. Vicino a me sedeva Francesco, una comparsa nella mia vita. Francesco era miopissimo, quasi cieco. Non vedeva niente (e non indossava né lenti né occhiali). Avevamo socializzato quel tanto che basta per scambiarsi il saluto e chiedersi come va. Era di origine calabrese, come me. Lui sentiva questa comune appartenenza come qualcosa di molto forte (io, essendo "mezzosangue", questa appartenenza non la sento).
Vicino a noi sedeva una ragazza assai graziosa, non fosse stato per la sua capigliatura da matta.
Stava bevendo il caffè, quello della macchinetta. Bevuto il caffè, la golosona aveva tagliato il bicchiere con perizia così da poter leccare lo zucchero sul fondo. Me ne ero accorto. Purtroppo se ne era accorto anche Francesco, nonostante la sua grave cecità.
Altra caratteristica di Francesco era il suo continuo far commenti inopportuni. Commentava a voce altissima e con fare derisorio qualsiasi cosa/persona/evento.
Mi diede una gomitata da thai boxe: "OH! GUARDA QUELLA! HAI VISTO? MA CHE CAZZO COMBINA? SI STA LECCANDO LO ZUCCHERO! HAI VISTO? AH AH AH! NO, MA DICO! GUARDA! DAI, GUARDA!".
Io mi girai a guardare la slinguatrice di bicchieri. Aveva lo sguardo di una pazza, mi stava comunicando, pur senza ricorrere alla favella: "Ma che ti guardi? Guarda che ho sentito tutto. Lecco lo zucchero, e allora?".
Appunto. Uno è libero di leccare tutto lo zucchero che vuole.
Caddi in un disagio profondo, causato dalle insistenti gomitate dell'uno e dallo sguardo fisso dell'altra.
"OH, HAI VISTO? AH AH AH! MA DAI! MA COME SI FA?".
"Sì, ho visto. Adesso però basta, ti prego".
Chissà che fine ha fatto Francesco... Se lo sarà beccato un pugno in faccia da qualcuno?
Thursday, December 6th, 2012
8:21 pm
Sogno
Stanotte ho sognato di trovarmi in campagna, a casa di un conoscente. Era una giornata splendida, tutto era luminoso e vibrava di colori vivissimi.
Guardo in una certa direzione e scorgo una gabbia cubica chiusa da sei reti a maglia piuttosto larga. Vedo un serpente (mi sembra un'innocua biscia) uscire dalla gabbia (non si può certo tenere un serpente in una gabbia siffatta). Sùbito sopraggiunge un pastore tedesco che comincia a ingoiare il serpente (insomma, adotta un modo di nutrirsi che non è proprio dei cani, bensì dei rettili). Chiamo il mio conoscente, gli dico di muoversi, poiché il suo serpente rischia di morire. Niente da fare, ci penso io. Vado verso il pastore tedesco, estraggo la serpe e repente il mio conoscente mi mette in guardia: "Attento, non è una biscia, è un cobra. Un cobra di quelli che sputano il veleno". Mi spavento e scappo dal serpente, che ormai sta strisciando lontano ed ha assunto l'aspetto di un cobra.
Sunday, November 25th, 2012
9:48 pm

Alcuni intellettuali, soprattutto i classicisti, hanno un atteggiamento di rifiuto e di negazione nei confronti della novità: non esiste nulla di veramente nuovo.

Quando si sottopone loro un problema, essi rispondono che non v'è alcuna novità sotto il sole: era già così al tempo dei Greci. Tutto quel che esiste affonda le sue radici da qualche parte nell'Attica, in Palestina o nei costumi dei latini. Tale prospettiva, che definirei storico-comparativa (poiché si compara l'odierno al passato e se ne afferma la sostanziale identità), è condivisibile. Io in parte la condivido. Fino a che punto, però, si può estendere questo modo di ragionare? Gli antichi non hanno costruito la bomba atomica (gli unici stravolgimenti avvenuti - come il diluvio universale, la distruzione di Sodoma, la creazione del mondo - sono stati attribuiti direttamente o indirettamente a entità divine), l'uomo non aveva il potere di porre fine alla propria specie come oggi può fare. Se si assume come valido l'assunto che predica l'unità psichica del genere umano e la sua sostanziale invarianza nel tempo (almeno da quando siamo Sapiens Sapiens), si può però assumere che l'esocosmo (ovvero il mondo fenomenico, tutto ciò che è fuori dell'uomo, extra-psichico), sia esso dotato di indipendenza ontologica (come la Luna, il Sole e le stelle) o in una relazione di dipendenza diretta (per esempio la flora e la fauna domesticate dall'uomo, le città e tutto ciò che v'è di culturale), possa modificare l'endocosmo (la psiche) dell'uomo (esiste forse un endocosmo che non sia umano?) al punto di avere un peso tale da figurare come qualcosa di veramente nuovo sotto il sole.

In conclusione: v'è o no qualcosa di nuovo sotto il sole? Qualora la risposta fosse sì, si dovrebbe considerare questa cosa come la proiezione, l'attuazione di qualcosa che prima era “in nuce” (quindi già esistente prima ancora di essere materiale), negando così che esista qualcosa di nuovo sotto il sole?

Saturday, November 24th, 2012
12:35 pm

Stamane stavo guardando fuori dalla vetrata. Dove abito io, il lato a sud non è chiuso da un muro, no, ma da una grande vetrata. Non perché noi (dove “noi” sta per famiglia) si abbia un gusto raffinato o la mania di controllare quel che accade fuori, non perché si sia esibizionisti e si voglia far sapere agli altri quel che avviene tra le domestiche mura: invero v’è una gran vetrata perché la regione ce l’ha imposto. Dato che ove io abito era un fienile un tempo, abbiamo dovuto ristrutturare casa mia tenendo conto delle antiche vestigia, affinché non si perdesse la vetusta sembianza d’un fienile pieno d’inverno e d’estate vuoto. Insomma, per motivi di tutela del patrimonio paesaggistico e delle cose antiche còndite, abbiam dovuto metter ‘sta maledetta vetrata, assai cara nel prezzo e fragile nella materia, che accresce il calore del sole d’estate e mitiga l’azione dei caloriferi quando fuori è freddo.

Vi sono però aspetti positivi. Pur essendo dentro, non è un muro il mio orizzonte: io vedo il Monviso, il Musinè e il volo degli uccelli. Vedo i gatti sgattaiolare e i cachi, quando giunge l’ora giusta, cadere e conoscere la gravità. Quando cadono i cachi, dan di fuori quel che han dentro. E si spetasciano d’ un arancio molle e freddo.

Stamane, guardando fuori dalla vetrata, ho visto un uccelleto sul balcone. Era piccolo e verde e giallo. Era grigio e bianco e nero. Fino, aguzzo e corvino era il suo becco. I suoi occhi, che mai ho visto chiusi, neanche per un momento, erano più neri del carbone. L’ho preso d’una mano e l’ho portato in camera mia. Povera creatura, non cinguettava, non volava e non muoveva le zampette. Ho chiamato mio padre (il quale da piccolo si dilettava con i suoi fratelli a far incetta di pigolanti), è venuta anche mia madre.

<<Dimmi, che uccello è?>>

<<Fammi vedere, dov’è?>>

Non appena ho indicato quella minuscola creatura, mio padre ha esclamato, con la voce di cuoio ruvido che gli appartiene: “Che bello!”.

Mia madre ha emesso, più che un’esclamazione, una melodia di miele: <<Che piccoliiiiino!>> e poi ha aggiunto: <<Peuchère! Il est tout petit>>.

Quando un francese (uno del sud) dice “peuchère” espone il suo cuore, lo offre al mondo tagliato a fette affinché tutti ne possano assaggiare. Dov’è un “peuchère” vi sono amore compassionevole e commozione.

Questo sentimento caldo nei confronti delle creature che si affacciano alla vita, aduse all’esistenza angusta nell’uovo e nel grembo più che a vivere e a sentire nel mondo “extrauterino”, è da annoverare tra i sentimenti più alti della nostra specie (non è escluso che qualcosa di simile sia provato anche dal resto del regno animale).

In conclusione: nell’amore  verso una creatura piccola, inerme e bisognosa di cure v’è la misura d’ogni amore.
Monday, October 22nd, 2012
6:47 pm
L'ultimo schiaffo

Quando ero piccino le botte di mia madre erano l’unico deterrente a tenermi a bada. Temevo, tra le percosse, soprattutto i manrovesci e le bastonate col manico di scopa. Quando compivo qualche marachella (e io da piccolo m’adopravo ognora a studiarne una nuova) mia madre veniva con la sua scopa a battermi. Mi si offrivano tre alternative: la prima era di nascondermi sotto al tavolo, ma lei ci arrivava benissimo con la scopa, che usava a mo’ di stiletto con una violenza tale che io mi chiedevo: “Ma mamma non ha paura di farmi male?”.

La seconda era di infilarmi sotto il letto matrimoniale dei miei. Lì ero davvero al sicuro, giacché mia madre non riusciva ad offendermi là sotto. Però, data la mia stazza e la distanza che mi separava dalla camera matrimoniale dei miei genitori (poiché gli accessi d’ira di mia madre si verificavano in cucina), quel riparo era di difficile accesso.

La terza soluzione era di uscire di corsa: scappavo a gambe filate in cortile, lontano da mia madre. Puntualmente si affacciava al balcone e mi minacciava di morte. Ero a metà terrorizzato e a metà divertito. Tuttora mi diverto a vedere l’altrui incazzatura, soprattutto quando si manifesta con bestemmie a fronte di motivi futili (per esempio di chi bestemmia Iddio perché gli è sfuggita di mano una moneta di due centesimi).

Un giorno, avevo forse undici anni, compiuta l’ennesima marachella, mia madre mi diede uno schiaffo. Non mi fece male, anzi: fu lei a provare dolore. Si tenne la mano e mi benedisse a modo suo. Da quel giorno divenni più bravo, il numero delle mie marachelle andò scemando. Non fu più la paura dei suoi schiaffi, ma la compassione a contenermi: le botte erano un’arma ormai scarica, e io divenni un po’ più responsabile.
Saturday, October 20th, 2012
12:53 am
Una ciocca dei suoi capelli
- Guarda, caro amico. Guarda che bella questa ciocca di capelli (gli mostro il tesoro mio più caro, innanzi al quale ancora mi batte il cuore).
- Fa' vedere. Che schifo. Ci hanno fatto le uova i pidocchi.

Già, è vero. Quella ciocca è sporca. Ma il suo valore rimane per me inalterato, e resterà sempre un tesoro ai miei occhi.
Monday, October 1st, 2012
12:06 pm
Appuntamento “al buio”
Carlotta è un'amica mia che non sono ancora riuscito ad inquadrare. So bene che non si dovrebbe cercare di incasellare una persona, ma che fare? Sono dotato, come tutti gli esseri umani, di una mente. E la mente è una struttura che è fatta per suddividere, analizzare, ordinare, creare categorie. Se fossi un saggio, potrei abbandonare la mia mente (che tanto mia, in fin dei conti, non è) e vivere senza frapporre fra me e quel che mi circonda nessun filtro. Ma io ho una mente potente (non voglio dire di essere intelligente, è pieno di idioti che sono dotati di una mente potente), che mi si rivela in continuazione attraverso domande, dubbi e riti quotidiani.

Carlotta è un mistero. Comincia le frasi senza finirle (e in questo c'è qualcosa di zen) e le sue affermazioni risuonano come koan alle mie orecchie: sono dei rompicapo che non portano a nulla. Ha il dono di farmi incazzare sommamente. Si comporta in un modo per me poco consono a una ragazza (si cambia in mezzo alla strada, mostrando le chiappe alle vecchie che portano il cane a passeggio; mi dice che sono bello, mentre io non mi sento bellissimo; poi dice, quasi fosse un comportamento irriflesso, che ogni cosa/persona/idea è bella. “Guarda quell'uomo -mi dice – hai visto che bello?”. “Guarda quella donna, hai visto che bella?”. Ma che significa?!? Dice addirittura di amarmi, mentre io questa affermazione l'ho fatta una volta sola, dopo una lunga riflessione). Insomma, il significato che io do alle parole non coincide con quello che da lei. Forse è questo il punto. Non ci capiamo. Non ci comprendiamo. Forse.

Carlotta è una provocatrice. La prima volta che l'ho incontrata mi è sùbito stata antipatica. Le ho dato della stronza, con tutto il mio cuore. In quel periodo lavoravo al cinema. Raccontai l'episodio a Marco, il mio collega proiezionista. Marco aveva un fascino tutto particolare. Non era bello (ma neanche brutto), tutte le donne, però, cadevano ai suoi piedi. Aveva pochi amici maschi e riusciva a stabilire subito un contatto con le donne, qualunque fosse la loro età e la loro condizione sociale. Lo stimavo. Io, con le donne, sono sempre stato un imbranato. Il mio vissuto familiare mi ha fornito un'immagine piuttosto negativa della donna, tanto che, dopo un po' di introspezione, ho riconosciuto in me un atteggiamento misogino di cui vorrei liberarmi. Che mi disse Marco? Mi disse che era proprio su questa reazione che dovevo lavorare. Non importa che sia amore, odio, simpatia o antipatia. Quando una persona riesce a fare uscire qualcosa di te, vuol dire che c'è qualcosa di importante. Anche Marco era un po' come Carlotta, soltanto molto più discreto.

Carlotta. Con il tempo ho imparato ad apprezzarla (le resta comunque il dono di farmi incazzare).

Che ha fatto Carlotta? Mi ha messo in contatto con una sua conoscente, una certa Jasmine. L'ho contattata, due giorni fa, al telefono. Una bella voce. Che farsene della voce? È un indizio insufficiente per farsi un'idea di una persona. Le ho quindi chiesto qualcosa a proposito del suo nome. Lei mi ha risposto ed ha aggiunto: “Sono per metà italiana, per un quarto eritrea e per un quarto camerunese”.

Me la sono immaginata, a partire da questi pochi indizi. Ho visualizzato una ragazza nera con i capelli lisci raccolti in una coda, poco più bassa di me, con un bel sorriso, gli occhi neri e un seno sodo. Chi poteva essere, questa ragazza che mi sono figurato se non la mia anima?

L'ho poi conosciuta, Jasmine. Ho trascorso un pomeriggio piacevole in sua compagnia.

Non era come me la immaginavo. Sì, era una bellissima ragazza, ma diversa da come l'avevo pensata.

Chi era, dunque, quella ragazza se non la mia idea di donna, se non la mia donna ideale?

Thursday, September 20th, 2012
9:28 pm
Rispondere a una domanda senza averla ascoltata

Il signor X mi sta parlando a bassa voce di una cosa noiosissima (credo), mentre una combriccola di assatanati, dietro di me, sta commentando ad alta voce e con parole originali il fondoschiena di una ragazza soave la quale, da come sculetta, sembra la garota de Ipanema. C'è persino un francese che esclama: “Oulala!”. Intanto il signor X mi assedia, quasi volesse impedirmi di andarmene. Io annuisco con lo sguardo perso alle parole del signor X, intanto ascolto ogni commento degli assatanati, che vorrei raggiungere al più presto per dire la mia. A un certo punto il signor X mi fa una domanda e mi guarda. Io, non avendo la minima idea di che cosa mi abbia chiesto, gli rispondo di sì. Chissà che cosa mi ha chiesto...

9:26 pm
L'autorevolezza di un maestro
Mi sono iscritto a un corso di meditazione. Martedì sera si è tenuta la prima lezione. Eravamo in cinque, due ragazzi, due ragazze e la nostra guida (non trovo un altro termine). Costei ci ha illustrato a grandi linee (molto a grandi linee) la storia della sua particolare scuola di meditazione e gli effetti che questa pratica ha sulla psiche e sul corpo.
Utilizza una lingua molto semplice e traduce (senza dircelo) in italiano le parole indiane. Non è sbagliato, la meditazione è soprattutto una pratica, non deve riempirci la testa di concetti, ma aiutarci a svuotarcela (io la vedo così).
La nostra guida, però, a causa di uno strafalcione, ha perso parte dell'autorevolezza di cui godeva prima che io udissi quel che ora voi vi apprestate a leggere.
Ora vi consegno una formula (mantra) che dovrete ripetere mentre siete in posizione (āsana): <<Sono profondamente rilassato. O rilassata, poco importa. Ora, questo aggettivo, "profondamente", potete sostituirlo con un altro aggettivo...>>.
Dalla mia gola, più simile a un conato di vomito che a un consiglio, è uscita, senza che io potessi controllarmi, questa parola: "Avverbio!".
<<Ecco - pensavo - non ce l'ho fatta. Potevo starmene zitto, e invece adesso tutti mi prenderanno per un puntiglioso rompicoglioni!>>.
<<Come scusa?>>
<<No... volevo dire... "profondamente" non è un aggettivo...>>
<<Oh! Già! Hai ragione!>>.
Ora, io ritengo irrazionalmente (poiché mi baso su impressioni personali, tutt'altro che oggettive) la nostra "guida" una maestra valida, dotata di una buona conoscenza delle tecniche di meditazione. Credo, però, che saper parlare sia fondamentale per chi vuole essere una guida. Bisogna padroneggiare la lingua e conoscere la grammatica se si vuole trasmettere qualcosa a qualcuno. Se una cosa non si sa, è meglio dirlo, o evitare di toccare quel punto, girarci intorno, altrimenti si rischia di pagare con la propria autorevolezza gli strafalcioni. Tutti facciamo errori. Nella bocca di un maestro, però, questi errori risultano intollerabili. Ricordo di un Prof. all'università che un giorno qualificò  come "celebrissimo" il testo di un autore che soltanto lui conosceva. La lezione che tenne fu molto interessante, ma quella piccola parolina inesatta fece ridere sotto i baffi buona parte degli studenti (mica tutti!).
Wednesday, September 19th, 2012
6:45 pm
il debole legame che lega un concetto a un referente e un significato a un significante
Il contadino sta passando con il trattore. I contadini sono coloro che abitano nel contado. Il contado esiste in quanto parola-concetto, ma non esiste più alcun referente al quale si possa applicare questo concetto.
Mi ritrovo a constatare che pur non esistendo più contado alcuno, continui a sopravvivere il concetto di contado e il referente "contadino". Allo stesso modo, vi sono tanti concetti che non avrebbero più ragione di esistere ma che continuiamo ad usare in virtù della loro suggestività: sorgere e tramontare, per esempio. Sono tante le idee di cui ci dovremmo liberare poiché non più utili a render conto del vero. Come fare?
6:28 pm
il tempo piramidale
Del tempo non so molto, e non so se vi sia qualcosa di predicabile sul tempo. So, però, che vi sono concezioni del tempo sulle quali si può predicare e riflettere.
Finora mi sono imbattuto in tre concezioni di tempo:
il tempo lineare (o storico), nel quale le cose avvengono e non possono ripetersi o essere emendate. Questa concezione è sintetizzabile nelle formule: "si vive una volta sola, non piangere sul latte versato";
il tempo ciclico, ovvero il tempo della natura, fatto di stagioni e di fasi che si ripetono sempre uguali. Si tratta del tempo delle maree, delle fasi lunari e degli orti;
il tempo multilineare (od onirico), vale a dire il tempo della possibilità, dove si possono compiere più azioni, sempre emendabili e che non sono spiegabili in termini di causa/effetto. Nei miti e nei sogni si ha un esempio di tempo multilineare: vi sono versioni di miti in cui avviene una cosa e versioni nelle quali avviene il contrario. Nei finali alternativi dei film si può ravvisare una concezione del tempo multilineare (l'avete visto sliding doors?).
Ritengo valide tutte le teorie esposte più sopra.Io, però, ho una concezione anche "piramidale" del tempo. Credo che ognuno di noi, durante gli anni della gioventù, possa muoversi abbastanza liberamente, entro tutta l'area della base, appenaabbozzata. A mano a mano che il tempo passa (e la piramide s'innalza), la libertà di movimento si riduce, finché, nella vecchiaia, la possibilità di muoversi è limitatissima, poiché ci si colloca al livello della cuspide. Io mi immagino a circa metà della base. Posso ancora muovermi. La troppa libertà di movimento, però, disperde le mie energie, impiegate tutte a figurarmi come potrebbe essere scegliere un percorso piuttosto che un altro, consapevole del fatto che l'uno e l'altro si escludono a vicenda.
E tutta questa libertà, poi, è ben misera. Poiché ciascuno di noi si trova alla nascita in un posto che non ha scelto (io la vedo così, vi sono poi altre scuole di pensiero).
Detto in parole povere: invio la mia candidatura per il programma Leonardo? Vado a Malta o a Grenoble? Malta presenta dei vantaggi che Grenoble non ha e vice versa. Aspetto la risposta dell'ONU prima di candidarmi? Potrebbe non arrivare mai, e io resterei ad aspettare come un cretino. Mi iscrivo al corso di tedesco? Se dovessi partire, però, butterei via i soldi. Insomma, a volte è davvero dura (certo, i problemi sono altri) dover scegliere.
Sunday, September 16th, 2012
12:09 pm
Sogni pregni
Caluso, festa del vino. Ho bevuto un solo bicchiere di Erbaluce. Buono, fresco, profumato. Guidavo io, non mi sono concesso altri bicchieri.
Giostre: tiro al punching ball e cerco di piegare le corna del toro (per la prima volta in vita mia, quando ero adolescente era troppo pericoloso infilarsi nella fila del tirpo al punching ball). Il gioco sembra guasto. Vado dalllo zingaro degli autoscontri: "Guarda che la macchina del toro è rotta". Quegli mi segue, con una chiave. Apre la macchinetta e la rimette a posto. "Pensavo che fossi ubriaco, come gli altri".
Essere sobri in mezzo agli ubriachi è stupendo. Credo che il Buddha provasse una sensazione simile una volta raggiunto il risveglio.
Rincaso tardi. Prendo il mano un libro sulle tecniche di meditazione orientale, leggo alcune pagine del capitolo sul libro tibetano dei morti. Un manuale che illustra come comportarsi nei giorni immediatamente successivi alla morte. Da non crederci...
Gli occhi si fanno pesanti, le palpebre si chiudono. Allungo la mano e spengo la luce.
Sogno. Mi trovo in una città molto buia, sembra Gotham City. Devo raggiungere una sorta di registratore di cassa in cui si trova un codice. Scavalco un cancello senza difficolta. Più oltre, alla fine di una scalinata (in salita), v'è un'inferriata che è già stata "profanata" molto tempo prima, da me immagino. Mi accingo a raggiungerla. Dietro di me sopraggiungono degli agenti speciali. Mi fermano.
"Ti abbiamo beccato".
Credono che io sia un tossicomane.
"Dobbiamo prelevare un campione del tuo sangue".
Non sono un drogato, a me serve quel codice. Mi avvicino a loro con le mani in alto. Uno degli agenti, una sorta di vecchia conoscenza, mi infila un ago nel polso.
"Scommettiamo dieci euro che non troverai niente nel mio sangue?".
"Ma no, non mi va".
"Allora scommettiamo una sciocchezza: un caffè, dieci centesimi! Sono pulito!"
Niente da fare. Quegli mi sorride, sapendo per certo che sono pulito.
L'ago nel polso fa male. Mi agito, mi lamento. Sùbito lo toglie, curandosi di non sprecare una sola goccia del mio sangue.
"A me serve quel codice".
Il ricordo finisce qui. Non so che cosa sia accaduto dopo.
Friday, September 14th, 2012
12:15 am
La blëssa dle parpaje
Le farfalle non sono così delicate come si crede.
Io abito in campagna.
La notte, nel buio, sento i cinghiali grugnire e le volpi lanciare i loro richiami.
Rane, rospi, raganelle, lucertole, tassi, gufi
E pipistrelli.
Ho visto farfalle posarsi sia sui fiori sia sulla merda delle galline, senza ritrosia.
E, lo so per certo, le farfalle vanno matte per la merda.
Forse persino più delle mosche e dei lumaconi rossi.
I lumaconi e le mosche, però, contrariamente alle farfalle, fanno schifo (esteticamente e financo moralmente) a tutti.
E io vedo, nella considerazione di cui godono queste belle creature, il seme ancora vivo che fa stimare buono ciò che è bello.
Wednesday, September 12th, 2012
12:12 pm
Vizi e virtù
Sembra che sia insito nella natura umana, posto che una natura umana esista, il vizio. V'è chi fuma e chi beve: v'è chi ha vizi manifesti. V'è poi chi, apparentemente, non ha vizi: chi non fuma, non beve et similia. Ora, io credo che possa benissimo esistere qualcuno sprovvisto di vizi. Sì come esiste una cosa, immagino che esista anche il suo contrario.
Un mio compagno di corso, tanti anni fa, un napoletano di nome Rosario, ricordava con parole piene di ammirazione il rigore che suo padre aveva nell'amministrare il vizio del fumo:
"Patreme s'appicciava due sigarette solamente. La sera. Chille tutta la vita sua fumò due sigarette, tranne quando il Napoli vinse lo scudetto, quel giorno ne fumò tre. Io, invece, non riesco a controllarmi. Io tengo 'o vizio 'o veramente: fumo nel letto. Appena sveglio allungo 'a mano mia sul comodino, prendo le Marlboro e me ne appiccio una".
Così diceva Rosario, con la sua stupenda inflessione partenopea che ogni tanto scivolava in dialetto vero e proprio. Seguivamo il corso di "Storia della lingua italiana" insieme. Quegli "usciva pazzo" per il professore, mentre a me proprio non piaceva quel prolisso gigante e per stazza e per caratura intellettuale, leggermente rincoglionito dai troppi anni passati a cercar significati sui libri. Rosario guardava la mia ragazza, "usciva pazzo" anche per lei, poi mi diceva privatamente: "Complimenti, è davvero una ragazza deliziosa!". Già, aveva ragione, ma perché mai complimentarsi con me e non con lei? Deliziosa...l'aveva forse assaggiata?!?
Poi, per giustificarsi della malsana abitudine, diceva che era meglio avere vizi manifesti invece che vizi nascosti.
"I santi, gli integerrimi, i moralisti e gli irreprensibili sono 'a razza cchiù brutta. Chilli non fumano, non bevono e dicono di non scopare. Ma chissà che cosa fanno 'o veramente, quanne nisciuno li guarda".
Io dico, invece, che santi, integerrimi, moralisti e irreprensibili sono viziosi della virtù: non v'è poi una gran differenza tra un vizioso e un virtuoso.
Monday, September 3rd, 2012
12:03 pm
Su un'isola, mezz'ora dopo
Qui piove e non posso uscire. Ne approfitterò per scrivere.
Il mare rappresenta l'inconscio. Stando qui, in prossimità del mare, finalmente riesco a ricordare qualche sogno.
Sogno  numero 1: vedo un cestino pieno di pesche luminose, che brillano di luce propria. Sembrano fatte d'oro. Le pesche, lessi in un a collezione di miti tanto tempo fa, rappresentano il frutto dell'immortalità nella tradizione cinese. Per me, le pesche sono frutti difficili da ottenere: in questi ultimi anni ho piantato tre peschi a casa, ma non ne ho mai mangiato il frutto.
Sogno numero 2: vedo un gatto nero, bellissimo, che si aggira nei pressi di un viottolo buio. Ogni tanto si gira e i suoi occhi brillanti mi invitano a seguirlo. Il gatto (insieme al serpente) è l'unico animale a non aver pianto quando morì il Buddha. Il nero si collega al primo stadio della trasformazione alchemica (nigredo). Secondo Jung un serpente nero può rappresentare l'anima. 
11:25 am
Su un'isola
Persino qui, su quest'isola dove il sole splende sempre, piove. Il cielo s'è rotto in un tuono roboante, all'orizzonte si vedono saette fugacissime guerreggiare sopra il mare, il cui moto, a ben vedere, è inconsistente, illusorio, vacuo.
Questo clima non mi dispiace, lo si chiama brutto tempo, cattivo tempo, maltempo, quasi che il cielo avesse la volontà di nuocere. Che assurdità...
E in questi tuoni, su quest'isola, ricevo conferma di una verità che non volevo considerare e che tutt'ora mi trova dubbioso, nonostante si proponga con la stessa calma e la stessa inesorabilità delle maree:
non esistono isole felici, per quanto il sole splenda e le donne siano belle;
non è a piedi che si raggiunge il paradiso;
chi ti fa soffrire affonda le radici nel tuo cuore: non c'è distanza che allevi il dolore.
Thursday, August 16th, 2012
12:48 pm
Ribelle fino a un certo punto...

Il più ribelle di tutti, il più irriverente, che andava in giro con creste colorate e aveva il corpo ricoperto di tatuaggi e piercing, che si drogava ad ogni ora con ogni tipo di sostanza stupefacente, alla fine si è rivelato un docile agnellino: è un raccomandato che, invece di lottare contro il sistema che dice di odiare, lavora in Regione perché qualcuno ha unto gli ingranaggi per lui.

Saturday, July 14th, 2012
5:42 pm
E ora?!?
Bene, mi sono laureato.
Adesso sono Dottore magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia.
Sono un po' deluso. Mi auguravo che i Professori mi ponessero qualche domanda. Invece niente. Mi hanno fatto parlare, non mi hanno ascoltato, il relatore e il contro-relatore hanno interpretato la loro parte e mi hanno proclamato Dottore.
E ora? Prima, ogni volta che mi veniva posta la domanda "che cosa fai?", avevo una risposta pronta: "Sto studiando". Che cosa potrò dire d'ora in poi? Ho come la sensazione che il mondo sia pieno di curiosoni che fanno la posta dietro l'angolo. Li vedo, sono lì, con una sola domanda, tagliente come una spada: "Che cosa fai?". Mi auguro che i bandi ai quali partecipo possano, almeno per un po', costituire una giustificazione abbastanza solida.
Spero di essere preso, di partire, di vedere il mondo di cui ho letto sui libri.
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